Lettera dal carcere

Riceviamo, trascriviamo e pubblichiamo la seguente lettera firmata da Kasem Plaku, ex detenuto del carcere di Baldenich, Belluno

 

Baldenich, 11 agosto

Baldenich è una località di Belluno fatta di villette, palazzine e di una comunità tranquilla, con una chiesa che fa suonare le campane a ogni ora del giorno (e della notte).

Baldenich ospita anche un altro mondo, un mondo altro rispetto al paradiso di facciata che mostra. A Baldenich si trova infatti la Casa circondariale della città, un carcere dove vengono buttate persone emarginate dalla società, persone che hanno sbagliato e che stanno pagando giustamente per i loro errori, anche per via di scelte sbagliate fatte in giovane età. Giusto è pagare per i reati commessi, ma la detenzione non dovrebbe solo punirle ma anche recuperarle, perché prima o poi torneranno in una società che appartiene anche a loro e che dovrà riaccoglierli. Tra di loro c’è anche chi per colpa del malfunzionamento della giustizia è stato condannato anche se innocente.

Poco tempo fa ci hanno fatto credere che avrebbero chiuso i manicomi per criminali, gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), ma questo di fatto non è mai accaduto perché invece che essere tradotti in strutture adatte alla loro custodia, vengono gettati come noi in strutture carcerarie dove fanno stare peggio anche noi, oltre a stare malissimo loro.

Questo sia chiaro non è un lamento: siamo consapevoli di dover pagare per tutti gli errori commessi. Ma siamo talmente stanchi che vogliamo spiegarvi com’è organizzato l’istituto dove siamo costretti a stare.

Il carcere di Belluno è tenuto in piedi da un’organizzazione familiare. Tra i dipendenti si trovano mariti e mogli, fidanzati e fidanzate, amanti, cognati e cognate… Dovrebbe esserci un conflitto di interessi ma queste come altre cose vengono puntualmente insabbiate, come il ritrovamento di telefoni cellulari nelle celle o il ricovero d’urgenza di un detenuto che ha ingerito delle batterie, cose per cui si tende a intervenire sempre troppo tardi.

Il nostro fine pena ci farà tornare in società e speriamo di farlo come persone migliori di quello che eravamo una volta entrati qui: ma per farlo non basta la buona volontà, servono servono persone adatte che facciano il loro lavoro con il cuore, con passione e convinzione nel recupero e nella rieducazione, non solo per garantirsi il posto fisso e scaldare la sedia. Le nostre due educatrici dovrebbero aiutarci, seguirci e prepararci per un graduale reinserimento, ma qui non succede. Tra di loro non c’è dialogo, non si parlano. La capo area ha peraltro ammesso di non credere nel recupero delle persone recluse.

Ora noi ci chiediamo: se queste persone non credano nel loro lavoro, noi detenuti che speranze abbiamo per il futuro?

Diciamo questo solo perché siamo arrabbiati e stufi di vedere queste persone che se ne fregano del futuro di chi gli è stato affidato per essere migliorato. Ma dati alla mano, a Belluno nessuno usufruisce dei permessi premio, beneficio che serve per consentire al detenuto meritevole (con buona condotta e relazioni positive da parte dell’equipe, ndr)  un graduale reinserimento nella società. Con le cooperative del territorio che già sono convenzionate con il carcere (Sviluppo&Lavoro e Società Nuova, ndr) non viene fatto nulla per mandare fuori gente con l’Art. 21 (affidamento in prova?), altro beneficio che servirebbe per testare il percorso di crescita della persona, e non perché le coperative non vogliano ma perché il personale penitenziario non è fermo nell’alzare la voce con la Magistratura di sorveglianza.

Pensiamo che l’unica cosa che è un bene per noi è incontrare i volontari, che entrando in questo istituto e danno la forza di andare avanti, perché credono in noi e nel nostro futuro migliore.

Speriamo che con questo nostro sfogo qualcosa cambi, perché anche se abbiamo sbagliato vogliamo essere aiutate a diventare persone migliori e perché no, camminare un giorno per via Baldenich sentendoci parte integrante della comunità.

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