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La reiterazione del reato

Uno dei problemi che maggiormente connota la giustizia penale italiana è il ripetersi continuo da parte di un individuo della commissione di reati, con conseguente arresto, condanna a pena detentiva e infine la tanto agognata libertà.

Si crea in questo modo una spirale perversa (giuridicamente indicata dall’art. 99 e relativi commi del Codice Penale). I periodi di libertà sono spesso molto più brevi dei periodi trascorsi dietro le sbarre: questi comportamenti sono chiamati recidiva. Se un reato dello stesso tipo viene compiuto per più di tre volte nel quinquennio, il Tribunale potrà applicare dopo l’espiazione della pena la dichiarazione di delinquente abituale (professionale o per tendenza), e un’ulteriore periodo di pena, di uno o due anni, da trascorrere in una Casa di Lavoro, che altro non è se non un altro carcere. Dopo questi brevi cenni di carattere squisitamente esplicativo, in termini puramente giuridici, cerchiamo di capire perché ciò accade, in quale percentuale, per quali reati e quali potrebbero essere le soluzioni.

In carcere spesso si ritorna perché semplicemente si è introiettata una sottocultura carceraria che non permette di vedere alternative a una vita di reati: si giustifica ciò con l’asserire che il mondo del lavoro non accetta gli ex detenuti.

La percentuale di detenuti recidivi non la conosciamo ma è altissima, riguarda la quasi totalità della popolazione carceraria italiana. Sono pochissimi i casi di primi rei che non rientrano in carcere. Lo scopo di questo articolo, nel suo piccolo, è tentare di diminuire questa percentuale. Sia per coloro che sono entrati in carcere per la prima volta, sia per coloro che dopo tanta sofferenza, vissuta e inferta anche ai propri familiari, decidano di dare una semplice svolta alla propria vita.

I reati più soggetti a recidiva sono quelli legati al mondo degli stupefacenti e quelli contro il patrimonio. Questi ultimi in vistosissimo calo, anche se alcune trasmissioni televisive e articoli di giornali enfatizzano episodi di particolare allarme sociale. Appare evidente che in una società completamente sotto l’occhio vigile di milioni di telecamere la possibilità di farla franca appare molto esigua. Nonostante ciò, spesso chi esce dal carcere dopo un po’ ci rientra e questo fatto non ha mutamenti percentuali. È un fenomeno che tristemente si ripropone a intervalli di tempo spesso brevissimi.

Siamo arrivati al dunque, allora cosa possiamo fare? Tutti possiamo fare qualcosa, non solo le istituzioni. Che comunque stanno dando possibilità di lavoro all’interno del carcere di Baldenich a quasi tutti i detenuti, sia nei ruoli classici delle attività che servono all’andamento generale, che in una società cooperativa dove si assemblano parti meccaniche per arredi e parti di accessori per occhiali. Gli orari, i ritmi di lavoro e l’impegno necessario sono molto simili al lavoro che comunemente si svolge in una qualsiasi attività industriale. Niente più ore oziose in cella, la soddisfazione di lavorare e non ultimo un compenso per le proprie piccole spese e la possibilità di inviare qualcosa ai familiari, spesso lontani.

Il problema rimane relativamente al dopo. Cosa manca a chi esce dal carcere? «Un milione di euro», potrebbe rispondere il solito buontempone. Insistiamo invece con serietà: «Con un milione di euro cosa faresti?». Spesso, dopo un breve silenzio la risposta è: «Dammelo che so io cosa farne». Insistiamo ancora e dopo un’auto di lusso e un viaggio nell’isola che non c’è il discorso si interrompe e lo sguardo appare meno sicuro. Cosa manca? Sia con che senza il milione di euro, manca un bilancio di competenze iniziale dal quale possa nascere un progetto futuro,una visione di una vita possibile. Se le competenze non ci sono? Bisogna crearle, esistono corsi per ogni attività dalla più umile alla più complessa, con tempi brevi, medi o lunghi, comunque accessibili.

Si parla tanto di “mercato del lavoro” e delle difficoltà che tutti incontrano nel mantenimento o nella ricerca del lavoro. Spesso tuttavia si dimentica come il cambiamento epocale dovuto da una parte dall’apertura di frontiere fino a pochi anni fa invalicabili e dall’altra alla conseguente competizione divenuta globale, richieda una assoluta specializzazione anche per lavori ritenuti umili o comunque apparentemente semplici. Oggi qualunque lavoro richiede specializzazione e sopratutto la capacità di fornire una prestazione elevata anche a parità di salario. Le imprese possono scegliere tra migliaia di curriculum e la differenza può essere la somma di competenze e le conseguenti maggiori prestazioni. Capire questo concetto è fondamentale. Continuare a illudersi che a un lavoro semplice corrisponda un livello di competenze altrettanto semplice possa bastare rischia di essere un limite e una discriminante nella ricerca occupazionale.

La recente riforma della disoccupazione ora chiamata Naspi è la prova di un tentativo di ricollocamento che si protrarrà per due anni con un compenso a supporto. Il mondo delle associazioni sente fortemente il problema, basta chiedere con un sorriso e molta umiltà. Un progetto, ecco cosa cambia la vita. Pensare al domani in termini immediati, ma sopratutto nel medio termine. Cambiare è possibile, ritrovare la serenità e darla ai propri familiari può essere un esercizio molto più piacevole che sovraffollare le carceri.

Visto che appare cosi semplice, perché allora non cambiare? Non esiste una risposta univoca. Il più delle volte perché è più “facile” continuare con gli stessi comportamenti, trovando in essi una certa tranquillità data dalla familiarità con la condotta criminosa. Quando un agente di commercio propone un nuovo ottimo prodotto che potrebbe egregiamente sostituire quelli abitualmente usati dai suoi possibili clienti, ottiene quasi sempre la seguente risposta: «Sono anni che uso questo e mi trovo bene perché dovrei cambiare?». Il prezzo più basso è assolutamente irrilevante, la maggior qualità rischia di essere solo una complicanza, gli effetti complessivamente non sono conosciuti e andrebbero studiati e testati. I clienti non sono attratti da qualcosa che stravolge le abitudini consolidate. Allo stesso modo un cambiamento che implica lasciare i vecchi amici, cambiare i propri orari, anche il modo di porsi nei confronti della società e del prossimo in generale è molto difficile. Spesso le proposte di modifica delle abitudini vengono vissute come un’imposizione e come tali rifiutate in blocco. Qui entra in campo una dote estremamente rara al giorno d’oggi che è l’umiltà! Ognuno dovrebbe cercare dentro di sé quella parte di umiltà che ogni individuo possiede e imparare ad ascoltarla. Porsi in ascolto della propria interiorità, dimenticando le sovrastrutture e i modi tipici imparati in carcere. È un esercizio apparentemente difficile ma in realtà molto semplice, un po’ come ritornare bambini, con le stesse curiosità e la stessa voglia di imparare. Il risultato potrebbe essere sorprendente.

Non esiste in realtà un tempo migliore o peggiore per cambiare. Un giovane ventenne può già avere alle spalle una sfilza di precedenti penali o aver commesso il primo reato, ma desiderare un cambiamento. Allo stesso modo un sessantenne con una vita passata nelle peggiori carceri e con abitudini difficili da cambiare potrebbe sentire la voglia di una vita normale. Conscio della possibilità di gustare la vita, con tutti quei piccoli immensi piaceri che la libertà concede.

In conclusione, la reiterazione del reato è uno dei problemi più drammatici della giustizia penale. Abbiamo detto che la sua percentuale è elevatissima e tale da vanificare di fatto la pena scontata, la quale appare inutile sotto il profilo deflattivo, e utile solamente per eliminare per un certo periodo di tempo i problemi della devianza. Serve un cambiamento epocale da parte delle istituzioni, con l’approvazione di un nuovo Codice di Procedura Penale e un nuovo, anzi nuovissimo Ordinamento Penitenziario. E in tempi brevi! Nel frattempo… ogni detenuto o ex detenuto può decidere, se vuole, di ascoltare quella parte semplice e buona che sempre alberga nell’animo umano e cambiare il proprio futuro.

Gianpaolo
Baldenich, dicembre 2016