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Comunicare è meglio che curare: non rassicuriamo solo i detenuti, ma anche familiari, operatori e volontari

Sono diverse settimane che il nostro ingresso come volontari in carcere è bloccato per cercare di limitare al massimo i contatti, e quindi i contagi da SARS-CoV-2 (il nuovo tipo di Coronavirus che scatena la malattia conosciuta come Covid-19) anche tra le sbarre, una situazione rappresentata come potenzialmente esplosiva per la scarsità di spazi, di presidi sanitari e di strategie con cui far fronte allo scoppio di un’epidemia intramuraria, che ancora oggi sarebbe devastante.

C’è però una cosa che l’amministrazione penitenziaria, potrebbe disporre subito e costo pressoché nullo, se non in termini di tempo, chiedendo alle direzioni dei singoli istituti di attivarsi, anche sfruttando nuovi canali che potrebbero essere attivati e gestiti dagli stessi volontari: comunicare con l’esterno, rompendo quel silenzio innaturale a cui sono affidate la maggior parte delle informazioni relative agli istituti di pena in Italia.

In questa fase in cui anche ai familiari è vietato l’accesso ai colloqui per lo stesso paventato rischio di veicolare il virus, impiegare una minima parte del proprio tempo a dialogare apertamente, fornendo dati e a cercando di rassicurare il più possibile su azioni di prevenzione intraprese – o da intraprendersi – ma soprattutto sullo salute delle persone detenute o impiegate nelle varie carceri, potrebbe avere un enorme fattore deterrente di ansie e preoccupazioni casalinghe non solo per i familiari ma anche per volontari e operatori come noi, che nelle relazioni intramurarie hanno costruito uno dei fattori cardine della loro azione rieducativa.

Insomma un aggiornamento ogni tanto rispetto alle novità, in questo periodo di forti preoccupazioni e insicurezze, potrebbe dare un senso di sorveglianza più umana, e meno statistica, della materia carceraria.

Francesca Valente