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Anarchia, Siria, clandestinità e libertà

Come ogni sabato noi volontari Jabar entriamo nel carcere di Belluno per portare avanti l’attività di informatica e la creazione del nostro giornalino del quale rendiamo attivi partecipi i cittadini detenuti nella casa circondariale.

Ogni sabato dalle 14 alle 16 circa ci troviamo nell’aula di informatica e lì ci confrontiamo. I componenti del gruppo variano spesso perché a Belluno ci sono detenuti di passaggio, di solito verso il fine pena o con pene relativamente brevi. Questo fatto ha i suoi lati “positivi” e negativi , nel senso che dopo aver creato un rapporto, una comunicazione la persona viene trasferita e viene perso il lavoro fatto insieme ma nello stesso tempo abbiamo la possibilità di incontrare molte più persone detenute. Siamo, ovviamente, felici quando qualcuno finisce la pena o ottiene gli arresti domiciliari o altre forme alternative di pena, anzi, lavoriamo anche in questo campo per ottenere permessi premio e altro. Vi assicuro che è sempre un arricchimento ascoltare storie, storie raccontate da queste persone che sono prive della libertà per errori compiuti ma che noi non teniamo in considerazione : non è il nostro ruolo e quello che facciamo lo facciamo a prescindere dalla storia personale. Ed eccoci ad un’altra storia.

Sabato scorso ho conosciuto un ragazzo di origine irachena che vive ed abita a Venezia. Quando è entrato nella stanza è subito passato a salutare e mi ha fatto vedere delle riviste e un libro che ha letto e che parla di prigioni. Basso di statura con una bella pancetta rotonda e gli occhiali spessi si è presentato e ho subito sentito che aveva voglia di parlare. Difficile immaginare quanto sia importante per queste persone avere un contatto con il mondo esterno che non sia rappresentato da un famigliare o un parente, un contatto non scontato e non generato da un vincolo sentimentale o parentale ma da persone sconosciute. In questi casi si ha sempre un po’ di paura di essere invadenti e voler sapere tutta la storia subito nel primo incontro ma ormai ho imparato ad essere “lento”, a lasciar parlare e a fare poche domande, ad ascoltare con attenzione perché queste storie di vita sono storie reali e spesso piene di dolore e sofferenza perciò doverose di massimo rispetto.

Mi dice che è arrivato qui un mese fa e che ha una condanna definitiva di altri due anni. Lui si dichiara anarchico, è laureato in filosofia ( sai la filosofia ti impone di farti delle domande e di ricercare le risposte, mi dice ) partecipa a tutti i movimenti  di protesta e anti potere come i “No TAV”, per i diritti dei detenuti e per l’abolizione del carcere ed è all’interno di un movimento internazionale anarchico. Ha due figlie, una all’estero e una in Italia e i suoi fratelli sono in Iraq.

Mi parla della situazione al suo paese che è stato distrutto dai bombardamenti più di una volta e mi ribadisce la situazione di povertà e di guerra ancora esistente. Io lo ascolto , avrei voglia di sommergerlo di domande, vorrei sapere, capire, immaginare, ma mi trattengo e seguo il suo racconto. Mi dice che lui non riconosce nessuna autorità, non accetta ordini da nessuno, passa il suo tempo a leggere e studiare e lo si capisce ascoltandolo.

Ha rifiutato di lavorare all’interno del carcere proprio per questo: non accetta padroni che gli ordinano di fare le cose, basta avere i soldi per le sigarette.

Non è religioso, la sua fede la ripone nella lotta e nella ragione. Ma i brividi mi sono venuti più tardi….quando mi ha detto il motivo per cui è in galera.

Ecco il fatto: anni fa insieme con altri compagni anarchici provenienti da tutta Europa hanno dato aiuto a 600 profughi siriani per attraversare il confine serbo e arrivare in Europa. Hanno aiutato questa povera gente che scappava dalla guerra ad attraversare boschi, scalare montagne, al freddo senza viveri, con bimbi piccoli e persone malate. Sento la sua voce che si fa incerta e roca, è una grande emozione ritornare con la mente a quei momenti e mi racconta un aneddoto. Queste persone avevano abbandonato tutto, i loro averi, i loro effetti personali per poter essere leggeri e camminare più velocemente per poter sfuggire ai controlli della polizia serba violenta e cattiva e ad un certo punto vede una donna con un carrettino pieno di vestiti. Le si avvicina e le intima di lasciare tutto perché è un intralcio, rallenta la marcia lungo i sentieri impervi e scoscesi. La donna non ne vuole sapere di lasciare quel carico, a nessun costo e dopo le insistenze sposta di lato i vestiti e le fa vedere una piccola bara bianca contenete il corpo della sua figlioletta morta. “Quando mi ritorna quella immagine non penso più alla mia pena, al carcere, a ciò che sto pagando e che subirò, penso solo che ho fatto qualcosa di buono nella mia vita, qualcosa per gli altri”e in questo momento perdo le parole e non solo quelle.

Siamo storie, non finiamo mai di raccontarle perché è attraverso queste storie che vive l’umanità.